NEBBIA IN AGOSTO un film di KAI WESSEL

Basato sull’opera omonima di Robert Domes
Basato sulla storia vera del tredicenne tedesco Ernst Lossa
con
SEBASTIAN KOCH, FRITZI HABERLANDT
HENRIETTE CONFURIUS, DAVID BENNENT
KARL MARKOVICS
e
IVO PIETZCKER nel ruolo di ERNST LOSSA
DURATA: 126’  –  IN SALA DAL 19 GENNAIO
SINOSSI
Germania del Sud, inizio anni ‘40. Ernst è un ragazzino orfano di madre,
molto intelligente ma disadattato. Le case e i riformatori nei quali ha
vissuto l’hanno giudicato “ineducabile”, ed è stato confinato in un’unità
psichiatrica a causa della sua natura ribelle. Qui però si accorge che alcuni
internati vengono uccisi sotto la supervisione del dottor Veithausen. Ernst
decide quindi di opporre resistenza, aiutando gli altri pazienti, e pianificando
una fuga insieme a Nandl, il suo primo amore. Ma Ernst è in realtà in grave
pericolo, perché è la dirigenza stessa della clinica a decidere se i bambini
debbano vivere o morire….
Ernst Lossa
1929-1944
“Ogni volta che guardavo la foto di questo ragazzino,
pensavo: questa storia deve essere raccontata.” Il produttore Ulrich Limmer
ERNST LOSSA
Ernst Lossa nacque nel novembre del 1929. Sua madre morì nel 1933 e nel 1936 suo padre
fu mandato nel campo di concentramento di Dachau. Venne liberato tre anni dopo ma a
causa del suo stile di vita nomade e per la sua origine Jenish, nel 1941 fu trasferito nel
campo di concentramento di Flossenbürg, dove morì un anno dopo.
Questo film racconta la vicenda, realmente accaduta del tredicenne tedesco jenisch Ernst
Lossa, che lottando coraggiosamente contro un sistema disumano, venne ucciso
nell’ospedale psichiatrico di Kaufbeuren. Oltre 200.000 persone furono uccise nelle
cliniche tedesche psichiatriche tra il 1939 e il 1944, come risultato del programma di
eutanasia: un capitolo della storia tedesca che per molto tempo è stato cancellato dalla
cultura commemorativa.

CENNI STORICI
Le prime vittime dell’ ”eutanasia” nazista furono i bambini. A partire dall’agosto del 1939,
le levatrici, le ostetriche e tutti coloro che lavoravano nei reparti di maternità ebbero
l’obbligo di denunciare ogni disabilità riscontrata. Gli ospedali psichiatrici iniziarono a
creare dei reparti speciali per bambini, nei quali 5000 bambini e ragazzi trovarono la
morte, prima della fine della guerra.
Nell’ottobre del 1939, Hitler scrisse un decreto formato da una sola frase, retrodatando il
documento al 1° settembre del 1939, giorno in cui aveva avuto inizio la guerra. Quel
decreto diede il via all’atto denominato “T4”, che prendeva il nome dall’indirizzo di una
villa situata al numero 4 di Tiergartenstraße, a Berlino. Il documento includeva i criteri di
selezione in base ai quali chiunque non fosse stato in grado di contribuire al benessere
della ‘comunità nazionale’ sarebbe stato ucciso con la pratica dell’eutanasia. Il criterio più
importante, in genere, era la capacità o meno del paziente di lavorare: la possibilità di
sopravvivere era maggiore per chi era in grado di produrre un beneficio economico.
All’epoca furono create quattro organizzazioni con nomi di copertura per applicare queste
pratiche ai pazienti. Tra di esse: la “Reichsarbeitsgemeinschaft Heil-und Pflegeanstalten

[“L’Associazione per il Lavoro dell’Ospedale Psichiatrico del Reich]” e la “Gemeinnützige
Krankentransportgesellschaft [“L’Associazione delle Ambulanze Pubbliche”].
I dirigenti degli ospedali psichiatrici dovevano compilare dei resoconti per ciascun
paziente, nei quali descrivevano le diagnosi, le attività dei pazienti e altri dati. Poi
inviavano questi resoconti a Berlino, dove altri psichiatri esperti inserivano dei simboli: il
segno meno di colore blu indicava ‘vita’, il segno più di colore rosso significava ‘morte’.
Il “Gemeinnützige Krankentransportgesellschaft” trasportava i pazienti fino a uno dei sei
‘ospedali della morte’ per mezzo di autobus o treni, dove, immediatamente dopo il loro
arrivo, venivano uccisi nelle camere a gas. Si stima che oltre 70.000 persone furono uccise
con questa pratica. Questa metodologia gettò le basi per il successivo sterminio degli ebrei
europei, sia dal punto di vista tecnico che organizzativo. In molte parti della Germania i
pazienti psichiatrici ebrei furono uccisi per primi. Dal 1941 in poi, i prigionieri dei campi di
concentramento che erano incapaci di lavorare furono anch’essi uccisi negli ospedali della
morte.
Nell’agosto del 1941, Hitler pose fine al “T4”ma la notizia di questi omicidi era trapelata,
creando proteste tra la gente. La fine di questo programma non significò però la fine
dell’eutanasia. Da quel momento in poi, furono gli stessi medici, gli assistenti sociali e le
suore a sopprimere i pazienti direttamente nelle unità, tramite avvelenamento e, dal 1943
in poi, con cibo non nutriente. I pazienti morivano di fame o di tubercolosi a causa delle
loro pessime condizioni di salute e i dottori utilizzavano i loro organi per scopi di ricerca.
In alcune strutture psichiatriche i medici eseguivano esperimenti anche sui pazienti in vita.
Con l’aumento delle vittime di guerra, e la succesiva crescente difficoltà delle autorità
sanitarie naziste nel trovare letti liberi per i malati e i feriti, nelle aree pesantemente colpite dai bombardamenti furono sgomberati gli ospedali psichiatrici e i pazienti furono trasferiti in altre unità. Molti di loro furono uccisi.
Oltre alle 200.000 vittime delle strutture psichiatriche tedesche, almeno altri 100.000
pazienti morirono in diverse aree occupate dell’Europa.
Questi omicidi sono stati effetto di una conseguenza radicale della visione della società
Nazional Socialista: il valore economico, la razza e l’eredità genetica di una persona erano
basilari nel calcolare i diritti di un individuo e nella valutazione del rapporto costobeneficio.
Le azioni dei medici, gli esecutori principali di questi crimini, erano motivate, tra le altre
ragioni, dall’ ambizione terapeutica e molti psichiatri volevano dedicarsi a guarire chi,
secondo le loro diagnosi, era potenzialmente curabile. Chi veniva invece bollato come
“incurabile” era colpevole di ridurre le risorse a disposizione e di pesare sulle finanze dello
Stato, e pertanto costituiva un impedimento alle possibilità terapeutiche dei medici stessi,
soprattutto in tempi in cui le risorse disponibili per gli ospedali psichiatrici erano sempre
più scarse.
Nei processi del dopo guerra molti medici e organizzatori di questi omicidi di massa furono
dichiarati non colpevoli, o ottennero pene leggere. Per molto tempo, gli scrittori che nei
loro libri facevano riferimento al programma dell’eutanasia nazista rimasero inascoltati, e
a volte non riuscirono neanche a trovare un editore che li pubblicasse. Solo alla fine degli
anni ‘70 s’iniziò a parlare a livello accademico di questi eventi e l’impulso venne da una
nuova generazione di psichiatri che studiarono la storia delle loro strutture. Nel 2014, è stato inaugurato a Berlino un luogo dedicato alle vittime del programma di eutanasia
nazista.

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